Fine delle Province, commissariamento della democrazia? (FdS Varese)

di Giampaolo Livetti, Consigliere Provinciale della FdS

Mi sembra innegabile la forte componente populista che ha accompagnato l’annuncio della volontà di sopprimere le province. D’altro canto le logiche del consenso, di questi tempi, sono ferree, meglio stare “allineati e coperti”. Ben poche voci si sono infatti levate per distinguere, entrare nel merito, quasi a confermare che sì, effettivamente le province non servono; anche a casa nostra se ne parla perché l’U.P.I. sottopone a tutti i Consigli un documento di approfondimento e proposta.

Ma che funzione ha ancora una provincia? Domanda che mi sento talvolta rivolgere, quando mi chiedono della esperienza quasi decennale in provincia di Varese. Risposta di cui sono convinto: funziona come un organo logorato in un corpo seriamente malato. Innegabili infatti le patologie della democrazia nostrana: sia quella diretta, cui tanta parte della popolazione crede oggi di affidare le sue scelte. Sia quella rappresentativa, impastoiata dalla servitù verso i veri centri di potere, a volte sul filo della legalità, da sempre ispiratori delle politiche strutturali. Sia quella amministrativa, quella degli Enti Locali, che deve realizzare quel che si può con quel che c’è, che è sempre meno, con un assillo pressante alla propria rielezione, sempre rispettando l’inossidabile manuale Cencelli, evocato anche da qualche giovane capogruppo provinciale.

Democrazia anche matrigna: centinaia di migliaia di cittadini come il sottoscritto, contribuenti, con fedina penale pulita, non hanno rappresentanza né a Milano né a Roma, in virtù di una medicina elettorale stomachevole al gusto, che doveva garantire un taumaturgico bipolarismo, ma che ha ulteriormente debilitato il paziente.

Succube dei poteri che decidono davvero per tutti, assoggettata alla pancia del popolo: situazione ideale per prendere il primo “untorello”, come la provincia, additarlo come responsabile della diffusione della peste, sottoporlo a punizione esemplare. Allo stesso tempo le provincie ci mettono del loro: non mancano certo  ritardi, incapacità, lottizzazioni, elettoralismi, sprechi e clientele, che sono però quelli di tanti altri livelli della nostra democrazia. Sopprimere le provincie è operazione cosmetica, come fare la barba a un malato grave: il malato è più gradevole agli occhi  della gente, ma la sua patologia resta grave.

Al capezzale della politica sono stati chiamati per questo dei tecnici di rianimazione: certo, sono meglio dei “piazzisti” di un tempo, anche se alcuni dei tecnici di oggi sembrano specialisti in medicina legale. Meglio però che il quadro sia chiaro, senza pietose bugie o chiacchiere da bar: la terapia sarà durissima, e certo debilitante, e anche le provincie ne subiranno le conseguenze.

Che succederà infatti alle provincie? Verranno accorpate, con risibile risparmio di gettoni di presenza e salutare soppressione di poltroncine, canapè e sgabelli? Verranno scippate delle competenze più succulente (penso alla partita delle scuole superiori e della formazione) nella prospettiva di privatizzare e fare cassa? Verranno ridisegnate per territori omogenei (non prima di avere fatto i soliti conti sui bacini di potenzialità elettorale) resuscitando i comprensori del 1975 sotto la regia di Milano? Per qualcuno che ha appena comperato l’ultima dispensa del Cencelli questi sono problemi importanti, vitali. Un numero crescente di cittadini applica verso queste domande un atteggiamento fondante della cultura borghese alla quale tutti ci onoriamo di appartenere: l’indifferenza.

D’altro canto in natura tutto si trasforma, spesso cambiando forma, e dunque sostanza. La fine delle  attuali provincie, questo è sicuro, non sarà certo la fine del mondo (in nessun senso).

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